La reiterazione delle condotte di molestia esclude la continuazione.

Secondo la Cassazione il reato di molestia o disturbo alle persone (articolo 660 c.p.), pur non essendo per sua natura necessariamente abituale, in quanto può essere realizzato anche con una sola azione di disturbo o di molestia, può però assumere tale forma, incompatibile con la continuazione, quando è proprio la reiterazione delle condotte a creare disturbo (cfr., in termini, Cassazione, Sezione I, 16 marzo 2010, PG in proc. Zamò; Sezione I, 9 aprile 2008, PG in proc. Tamburrini).

Da queste premesse, nella specie,  caratterizzata da una molestia sostanziatasi in numerose telefonate diurne e notturne  alla vittima,  la Corte ha rigettato il ricorso del procuratore generale, che lamentava  non essersi ritenuta la continuazione pur ritualmente contestata, sul rilievo che correttamente il giudice di merito aveva ritenuto  di ricondurre la vicenda all’ipotesi di una sola azione complessivamente inducente molestia.

La soluzione non è univoca in giurisprudenza, né convince nella sua assolutezza.

Intanto bisogna partire dalla premessa, condivisa anche dalla sentenza in rassegna, che il reato di cui all’articolo 660 c.p. non è  “necessariamente” abituale, giacchè  ben può consumarsi, ricorrendone gli estremi, anche con una sola azione (per esempio, con una sola telefonata molesta fatta per biasimevole motivo)  (cfr. Cassazione, Sezione I,  27 ottobre 2006, PG in in proc. Liparoti).

Da ciò, peraltro, diversamente da quanto affermato qui dalla Cassazione,  può conseguire che,  se le condotte moleste sono ripetute nel tempo, con soluzione di continuità tra i diversi episodi, ben possono ricorrere una molteplicità di reati eventualmente uniti dal medesimo disegno criminoso (cfr. Cassazione, Sezione I,  24 marzo 2005, PG in proc. Guarneri; Sezione I, 19 gennaio 2006, Paolini; nonché, Sezione I,  27 ottobre 2006, PG in proc. Lipariti; nel senso, invece, che   la pluralità di azioni moleste,  costituendo elemento costitutivo del reato, non consente di ravvisare plurime ipotesi di autonome violazioni della norma incriminatrice, unificabili sotto il vincolo della continuazione, cfr. Cassazione, Sezione I, 15 febbraio 2008, PG in proc. Lubis; Sezione  I, 3 febbraio 2004, PM in proc. Pelliccia).

Diverso discorso potrebbe farsi solo se la specificità della fattispecie,  pur qualificata da una ripetizione delle condotte moleste, consenta di apprezzare, secondo la valutazione insindacabile del giudice di merito,  l’unicità [non tanto del disegno criminoso, quanto piuttosto]  della  condotta di  “molestia” come complessivamente sviluppatasi nel tempo: cosicché in tal caso dovrebbe escludersi l’applicabilità della continuazione e si sarebbe in presenza di un reato “unico” caratterizzato, appunto,  dall’abitualità della molestia.

E’ a queste condizioni che può valere il principio qui affermato dalla Cassazione, non potendosi negare che, alle condizioni suindicate, la continuazione  possa ritenersi compatibile con il reato di molestie.